Eugenio Spreafico: Réverie

Eugenio Spreafico (Monza, 1856 – Magreglio, Como, 1919), grande interprete della pittura lombarda del secondo Ottocento, si forma all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi maestri figurano Francesco Hayez, Giuseppe Bertini e Raffaele Casnedi, che lo indirizzano al Verismo di stampo romantico. Nei dipinti del periodo, Spreafico cerca sempre l’equilibrio e l’armonia tra la rappresentazione di un momento specifico e l’intento narrativo e sentimentale.

Eugenio Spreafico, Réverie, 1891
Olio su tela, cm. 85 x 50

Dal 1881 si avvicina al Verismo e alla Scapigliatura, entrando a far parte del gruppo dei Realisti monzesi, in cui spiccano tra gli altri Mosè Bianchi, Emilio Borsa e Pompeo Mariani. La sua attenzione si sposta quindi verso la pittura di paesaggio, in particolare di Monza e della campagna lombarda, e verso temi sociali quali il lavoro nei campi, ritraendo lavoratori e lavoratrici immersi nella natura, in uno stretto rapporto figura-paesaggio.

Un altro tema della sua pittura è il motivo sentimentaleggiante caro al repertorio borghese, in cui rientra “Réverie”, dipinto donato alle collezioni dei Musei Civici dalla famiglia Camparada in memoria del nonno Aldo Resnati, imprenditore e appassionato collezionista. L’opera rappresenta una giovane donna elegantemente vestita nell’intimità di un ambiente domestico, adagiata su un divano, andando così a sconfinare nella scena di genere, una vena aneddotica alla quale l’artista consacra molta della sua arte. La donna fissa lo sguardo nel vuoto, tenendo fra le dita un mazzolino di violette: la luce soffusa e i colori spenti mettono in evidenza il volto, l’espressione degli occhi, le mani delicate, la fede al dito.

L’opera si riallaccia anche al tema della figura femminile colta in un momento di riflessione, sottolineato dal titolo, “Réverie”, che rimanda all’abbandono e alla fantasticheria, molto apprezzato nella pittura milanese dell’ultimo decennio dell’Ottocento. Secondo una lettura di questo tipo è possibile ipotizzare che il mazzolino di violette rappresenti un pegno d’amore a cui si contrappone la fede che la donna porta al dito, come se il vagheggiamento della protagonista fosse stimolato da un amore adulterino.

Il quadro fu esposto da Eugenio Spreafico alla I Triennale di Belle Arti a Brera del 1891 e in occasione dell’importante mostra “Eugenio Spreafico 1856-1919″ realizzata nel 1989 presso il Serrone della Villa Reale.